Stephen King non ha mai fatto mistero della sua avversione per Shining di Stanley Kubrick. Il film del 1980 è diventato uno dei titoli più riconoscibili della storia dell’horror, ma per l’autore del romanzo aveva svuotato la vicenda di Jack Torrance del suo nucleo umano. Diciassette anni dopo, King ebbe l’occasione di riportare la storia sullo schermo secondo la propria visione. Ne uscì una miniserie molto più fedele al libro e assai meno capace di lasciare un segno nell’immaginario collettivo.
Nel video Stephen King ha davvero rovinato Shining?, pubblicato sul proprio canale YouTube, Simone Maurovich parte da questo paradosso e lo trasforma in una provocazione: il vero cattivo della storia non sarebbe Jack Torrance, né l’Overlook Hotel, ma lo stesso King. Non perché abbia scritto un romanzo debole — tutt’altro — bensì perché il tentativo di correggere Kubrick avrebbe finito per mostrare quanto fedeltà letteraria e forza cinematografica siano due cose molto diverse.
Dallo Stanley Hotel all’Overlook
La storia nasce nel settembre del 1974, quando Stephen King e sua moglie Tabitha trascorsero una notte allo Stanley Hotel di Estes Park, in Colorado. La struttura stava per chiudere per la stagione invernale e i due risultarono gli unici ospiti. Sul sito ufficiale dello scrittore, King ricorda i corridoi vuoti, il senso di isolamento e un incubo nel quale il figlio veniva inseguito da una manichetta antincendio. Da quella notte prese forma l’Overlook Hotel.
Il romanzo, pubblicato nel 1977, racconta la dissoluzione di una famiglia attraverso Jack Torrance: uno scrittore e padre alcolizzato che prova a rimettere insieme la propria vita, ma viene progressivamente conquistato dalla presenza maligna dell’albergo. È proprio la possibilità di una redenzione, centrale nel libro, a spiegare buona parte dell’ostilità di King verso l’adattamento cinematografico.
Il Jack di King e quello di Kubrick
Kubrick cambia molto: trasforma le siepi a forma di animali nel labirinto, sostituisce la stanza 217 con la 237, modifica il destino dell’hotel e costruisce un Jack Torrance che appare disturbato già dalle prime sequenze. Per King, la scelta di Jack Nicholson rende quasi impossibile percepire una vera discesa nella follia. Se il personaggio sembra già sul punto di esplodere durante il colloquio iniziale, il percorso tragico del padre che perde la battaglia contro i propri demoni si accorcia drasticamente.
Anche Wendy cambia. Nel romanzo è più autonoma e combattiva; nel film, interpretata da Shelley Duvall, diventa una figura molto più fragile e terrorizzata. King ha riassunto negli anni il proprio giudizio con un’immagine diventata celebre: un’automobile bellissima priva del motore. Riconosceva la potenza visiva dell’opera, ma non vi ritrovava il cuore della storia che aveva scritto.
La lettura di Maurovich, però, ribalta la prospettiva. Proprio quelle deviazioni avrebbero permesso a Kubrick di creare un film autonomo: la musica di Wendy Carlos e Rachel Elkind, la Steadicam che segue il triciclo di Danny, le gemelle Grady, il labirinto innevato, l’ultima fotografia nella sala da ballo. Elementi che non si limitano a illustrare il libro, ma costruiscono un linguaggio nuovo.
La miniserie del 1997: King si riprende Shining
Nel 1997 la ABC trasmise Stephen King’s The Shining, tre episodi diretti da Mick Garris e scritti dallo stesso King. Steven Weber interpretava Jack Torrance, Rebecca De Mornay era Wendy e Courtland Mead vestiva i panni di Danny. La scheda ufficiale dell’autore indica il debutto del 27 aprile 1997; le riprese riportarono inoltre la storia nello Stanley Hotel che aveva ispirato il romanzo.
Questa versione recupera la caldaia, le siepi animate, la stanza 217 e soprattutto l’arco narrativo di Jack. La durata complessiva, superiore alle quattro ore, consente di raccontare con maggiore attenzione l’alcolismo, la perdita del lavoro da insegnante, la violenza familiare e il tentativo finale di salvare Danny. Wendy torna a essere una donna più solida, capace di reagire ai soprusi del marito.
La fedeltà, tuttavia, porta con sé un prezzo. Il formato televisivo generalista degli anni Novanta riduce la violenza, dilata il racconto e affida alcuni momenti soprannaturali a effetti digitali invecchiati male. Maurovich riconosce alla miniserie qualche passaggio inquietante, ma il confronto visivo con Kubrick resta impietoso. La sua domanda è semplice: quale scena della versione del 1997 è riuscita a occupare lo spazio culturale delle immagini costruite dal film?
Quando l’adattamento supera la fedeltà
Il film di Kubrick non fu accolto unanimemente all’uscita, ma il giudizio cambiò con il tempo. Nel 2018 The Shining è entrato nel National Film Registry della Library of Congress per la sua rilevanza culturale, storica ed estetica. La miniserie conserva invece un interesse soprattutto per chi vuole vedere una trasposizione più vicina al romanzo e confrontare due concezioni opposte della stessa storia.
Definire Stephen King il “cattivo” è chiaramente il gioco polemico del video. Dietro la battuta c’è però una questione seria: un autore conosce l’intenzione profonda della propria opera, ma il cinema non è obbligato a tradurla alla lettera. Kubrick tradì molte pagine e costruì immagini che continuano a vivere quasi mezzo secolo dopo. King rimise al loro posto personaggi, eventi e motivazioni, ottenendo un adattamento più corretto rispetto al testo e meno potente come opera audiovisiva.
Il confronto tra le due versioni non stabilisce quale sia il vero Shining. Mostra piuttosto cosa accade quando due autori enormi guardano la stessa storia e vi riconoscono paure diverse: King vede la tragedia di un uomo che può ancora salvarsi; Kubrick un destino gelido che sembra già scritto prima ancora che l’Overlook chiuda le porte.
