Fukyo Original · Valerio Savaiano

Lavori senza utilità: il grande teatro dell’economia contemporanea

Titoli altisonanti, riunioni e attività che alimentano altra burocrazia. Intanto i mestieri concreti restano essenziali e continuano a essere considerati di serie B.

Molte persone terminano la giornata lavorativa stanche senza riuscire a indicare che cosa abbiano prodotto. Hanno partecipato a riunioni, compilato report, aggiornato presentazioni e risposto a messaggi su attività generate da altre attività. Lo stipendio arriva, il titolo sul profilo professionale suona bene, però rimane una domanda fastidiosa: a che cosa serve tutto questo?

Nel video, Valerio Savaiano affronta il tema dei lavori senza utilità partendo dall’esperienza comune di chi si sente svuotato dopo otto ore trascorse dentro una macchina organizzativa. Non è una celebrazione romantica della passione e neppure l’invito a mollare tutto. È una critica a un’economia che ha moltiplicato funzioni, livelli e linguaggi fino a rendere difficile riconoscere il risultato finale.

Il lavoro che giustifica altro lavoro

Una parte delle organizzazioni contemporanee produce procedure destinate soprattutto a mantenere se stesse. Un ufficio chiede dati a un altro ufficio, qualcuno li trasforma in grafici, un gruppo discute la presentazione e un responsabile approva una decisione già presa. Ogni passaggio sembra ragionevole quando viene osservato da vicino; l’insieme può diventare un teatro costosissimo.

Gli inglesismi contribuiscono alla scenografia. Rinominiamo attività ordinarie, moltiplichiamo ruoli e costruiamo identità professionali difficili da tradurre in una funzione comprensibile. Il linguaggio non serve più soltanto a descrivere il lavoro: diventa una barriera di status, utile a distinguere chi appartiene alla struttura da chi ne resta fuori.

I mestieri essenziali trattati come ripiego

Nello stesso tempo, elettricisti, muratori, tecnici, artigiani e operatori specializzati continuano a essere raccontati come persone che non hanno studiato abbastanza o non hanno saputo ambire a qualcosa di migliore. È uno dei paradossi più resistenti della cultura italiana: svalutiamo i mestieri che producono risultati visibili e celebriamo carriere la cui utilità è spesso molto più difficile da spiegare.

Quei lavori sono cambiati. Richiedono competenze tecniche, aggiornamento, responsabilità e capacità imprenditoriale. In molti settori la domanda supera l’offerta e i redditi possono essere superiori a quelli di numerose professioni impiegatizie. Lo stigma rimane, alimentato da famiglie e istituzioni formative che presentano il percorso manuale come una sconfitta.

Utilità, reddito e dignità

Un lavoro non deve salvare il mondo per essere dignitoso. Può servire a garantire reddito, autonomia e stabilità. Il disagio nasce quando l’intera vita adulta viene assorbita da attività percepite come vuote, mentre la società continua a misurare il valore delle persone attraverso la posizione occupata in quella stessa struttura.

Anche il dibattito sul reddito universale entra in questa contraddizione. Liberare le persone dall’obbligo di accettare qualsiasi impiego potrebbe aprire spazi creativi e sociali; affidare interamente la sopravvivenza a una redistribuzione centralizzata solleva domande sul potere, sull’autonomia e su chi stabilisce le condizioni.

La provocazione finale del video è concreta: se un figlio vuole fare l’elettricista o il muratore, l’ambizione non consiste necessariamente nel convincerlo a scegliere un ufficio. Potrebbe consistere nell’aiutarlo a diventare molto bravo in un mestiere utile, richiesto e capace di restituirgli il senso di ciò che fa.

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