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L’audiovisivo europeo da 142 miliardi e il peso dei gruppi americani

Il nuovo rapporto dell’Osservatorio europeo dell’audiovisivo mette insieme concentrazione dei ricavi, obblighi per le opere europee e tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

Bobine cinematografiche, schermi e documenti commerciali in un porto, illustrazione petrolio e arancio

L’Osservatorio europeo dell’audiovisivo ha pubblicato il 24 settembre 2026 un rapporto sul rapporto fra servizi audiovisivi, regole digitali e commercio internazionale. La fotografia economica da cui partono le autrici, Amélie Lacourt e Sophie Valais, riguarda il 2024: circa 142 miliardi di euro di ricavi per il mercato audiovisivo europeo. All’interno dei dieci maggiori gruppi per ricavi audiovisivi operanti in Europa, quasi due terzi dei ricavi appartengono a imprese statunitensi. Sono due perimetri diversi, che aiutano a capire perché le dimensioni del mercato non coincidono con il controllo dei suoi operatori maggiori.

Il rapporto arriva mentre l’Unione europea discute le regole di distribuzione e investimento per le opere europee e gli Stati Uniti criticano alcune norme europee come possibili ostacoli agli scambi. Non annuncia una nuova legge né una guerra commerciale già in corso. Riunisce invece dati di mercato e strumenti giuridici che nelle trattative internazionali vengono spesso discussi separatamente.

I ricavi del mercato e quelli dei gruppi più grandi

I 142 miliardi si riferiscono al mercato audiovisivo europeo nel 2024, non al fatturato delle sole piattaforme di streaming. La quota attribuita alle imprese statunitensi riguarda invece i primi dieci gruppi per ricavi audiovisivi che operano in Europa. Leggere il secondo dato come una quota dell’intero mercato sarebbe sbagliato. Il documento colloca questi numeri accanto alla distribuzione degli abbonamenti video e alla presenza delle piattaforme negli altri punti della filiera, dalla pubblicità alla distribuzione delle app.

Per gli editori e i produttori conta anche la visibilità delle opere. Secondo il rapporto, circa il 48% dei titoli disponibili nei cataloghi esaminati è di origine statunitense, mentre le opere europee sono all’incirca un terzo. Una quota di catalogo non misura da sola le ore viste o i ricavi dei singoli titoli. Il rapporto la usa per descrivere il contesto in cui i contenuti europei cercano spazio, con risultati che possono variare da paese a paese.

La direttiva europea sui servizi di media audiovisivi prevede obblighi di presenza delle opere europee e permette agli Stati membri di imporre contributi agli investimenti nella produzione. Le autrici distinguono l’obiettivo comune dalle modalità nazionali: gli obblighi finanziari non sono identici in tutta l’Unione. Questo dettaglio cambia la questione pratica per chi produce o compra diritti: prima di parlare di una singola “regola europea” bisogna guardare al servizio e al paese in cui viene applicata.

Quando le regole per i contenuti diventano materia commerciale

L’Osservatorio spiega che gli Stati Uniti hanno sollevato obiezioni verso norme europee di promozione delle opere e verso altre discipline digitali. Nel rapporto viene citata la valutazione dell’ufficio del rappresentante commerciale statunitense, che considera diversi atti dell’Unione possibili barriere commerciali. È la posizione dell’amministrazione americana riportata dalle autrici, non un accertamento di illegittimità delle norme.

Il testo ricostruisce la cosiddetta eccezione culturale negli accordi sul commercio. I servizi audiovisivi sono trattati in modo particolare perché l’Unione intende conservare la possibilità di promuovere diversità culturale e linguistica. Un aspetto spesso trascurato è la procedura europea: quando un accordo internazionale rischia di pregiudicare quella diversità, il Trattato richiede l’unanimità del Consiglio. Questa condizione rende la protezione culturale una scelta istituzionale concreta, non soltanto una dichiarazione politica.

Le autrici esaminano anche imposte sui servizi digitali e controversie transatlantiche, ma non sostengono che qualsiasi tributo o obbligo sulle piattaforme produca lo stesso effetto sui contenuti. Per una società che distribuisce audiovisivo in più paesi, quote di catalogo, contributi alla produzione, imposte e norme sui dati comportano verifiche diverse. Metterli nella stessa discussione commerciale può essere utile; scambiarli per un’unica misura impedisce di valutarne i costi e gli effetti uno per uno.

Il dato operativo lasciato dal rapporto è questo: il peso delle imprese statunitensi tra i gruppi maggiori e gli obblighi europei coesistono già. Per giudicare se una regola sostiene produzione e circolazione delle opere europee occorreranno misure riferite ai singoli mercati, ai titoli finanziati e alla loro distribuzione effettiva. Il fatturato aggregato dei dieci gruppi, da solo, non può rispondere.

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