Google ha depositato il 28 settembre due ricorsi al Tribunale dell’Unione europea contro le decisioni con cui la Commissione le ha imposto di aprire parti di Android e del servizio di ricerca ai concorrenti. Un ordine riguarda l’accesso, per sviluppatori di assistenti AI, a funzioni disponibili a Gemini; l’altro obbliga Google a condividere con motori rivali dati di ricerca sottoposti ad anonimizzazione.
Le misure erano state definite in luglio nell’ambito del Digital Markets Act e dovrebbero diventare operative nel 2027. Secondo la notizia di Reuters, la società sostiene che le due decisioni indeboliscano le protezioni di sicurezza di Android e non tutelino abbastanza la riservatezza delle interrogazioni.
Due mercati dietro lo stesso ricorso
La prima controversia nasce dalla posizione di Android come sistema operativo mobile. La Commissione vuole evitare che Gemini disponga di integrazioni tecniche che altri assistenti non possono usare. L’accesso non riguarda soltanto la presenza di un’app nel telefono: può comprendere funzioni del sistema, permessi e collegamenti che incidono sulla facilità con cui un servizio concorrente viene scelto e usato.
Il secondo ordine interessa il mercato della ricerca. I concorrenti chiedono dati sufficienti per capire quali risultati soddisfano gli utenti e per migliorare i propri sistemi. Google raccoglie questi segnali su una scala che nessun nuovo operatore può riprodurre rapidamente. La Commissione ha quindi previsto una condivisione regolata, con misure di anonimizzazione.
Oliver Bethell, direttore senior per la concorrenza di Google, ha detto che le decisioni costringerebbero l’azienda a condividere ricerche personali senza garanzie adeguate e ridurrebbero la sicurezza di Android. La Commissione ha risposto che gli atti considerano integrità, sicurezza e protezione dei dati personali. DuckDuckGo, che sostiene l’ordine, giudica robusto il quadro di anonimizzazione e accusa Google di usare l’appello per guadagnare tempo.
La contesa si sposta sulle specifiche
Il DMA ha già stabilito il principio generale: un gatekeeper non può riservare ai propri servizi condizioni tecniche che impediscano ai concorrenti di competere. Il processo dovrà ora misurare quanto lontano possa spingersi l’obbligo senza esporre dati sensibili o introdurre nuove vulnerabilità.
Per editori e servizi informativi, la questione dei dati di ricerca è concreta. Le query rivelano interessi, intenzioni e cambiamenti dell’attenzione pubblica. Sono anche una materia prima per classificare risultati e addestrare sistemi che rispondono direttamente agli utenti. Se l’accesso sarà troppo povero, difficilmente ridurrà il vantaggio cumulato da Google; se conserverà dettagli eccessivi, aumenterà il rischio di reidentificazione.
La causa non sospende automaticamente gli ordini. Google dovrà chiedere misure provvisorie se vorrà fermarne l’applicazione durante il giudizio. Il calendario diventa quindi parte del confronto: le modifiche tecniche devono essere preparate per il 2027, mentre un ricorso davanti al Tribunale può durare più a lungo.
La Commissione dovrà difendere non soltanto l’obiettivo concorrenziale, ma il progetto tecnico scelto per raggiungerlo. Per valutare l’effetto sul mercato serviranno documenti che chiariscano quali dati saranno condivisi, con quale frequenza e attraverso quali controlli. Sono queste condizioni, più delle dichiarazioni iniziali, a decidere se l’accesso produrrà concorrenti migliori o soltanto un nuovo adempimento.
