Roma viene spesso descritta come una città svogliata, allergica all’impresa e condannata alla burocrazia. Mauro Antonini rovescia la prospettiva: il tessuto produttivo esiste ed è diffuso, ma opera dentro un sistema frammentato che lascia sole soprattutto le micro e piccole imprese. L’intervista con Massimiliano Cacciotti approfondisce la tesi da cui nasce Roma Capitale d’Imprese – La città che osa imprendere.
Il punto di partenza è la distanza fra avere un buon prodotto e costruire un’impresa. Roma produce competenze, attività, cultura, ristorazione, servizi e creatività, ma fatica a collegare questi elementi in filiere capaci di crescere. Il risultato è un’economia ricca di iniziative e povera di regia, dove ogni operatore deve risolvere da solo problemi che avrebbero bisogno di risposte territoriali.
Quando la rendita prende il posto dell’impresa
Via Frattina diventa il simbolo di una frattura più ampia. La chiusura di attività in una delle strade più riconoscibili del centro non è letta come un episodio isolato, ma come il segnale di un modello in cui il valore immobiliare e la rendita possono espellere il lavoro produttivo. Se persino le zone considerate più forti perdono imprese, non basta attribuire tutto al cambiamento dei consumi.
La stessa distanza si ritrova fra centro, periferie e provincia. Il centro concentra attenzione e flussi; molte aree periferiche restano prive di servizi e opportunità; la provincia rischia di diventare un dormitorio senza una funzione produttiva riconoscibile. Antonini propone di leggere questi territori come parti dello stesso sistema economico, non come compartimenti amministrativi separati.
Le regole esistono, ma non costruiscono certezza
La burocrazia pesa non soltanto per la quantità degli adempimenti. Il costo maggiore deriva dall’incertezza: tempi imprevedibili, interpretazioni diverse e sovrapposizione fra enti. Una grande organizzazione può assorbire ritardi e consulenze; una microimpresa spesso no. La regola scritta che non trova un’applicazione coerente diventa così un fattore di selezione economica.
Nel dialogo compare anche il tema fiscale, descritto attraverso l’immagine del “socio occulto”: un sistema che partecipa ai ricavi e alle responsabilità dell’impresa senza condividerne realmente il rischio. La critica non serve a cancellare gli obblighi, ma a mostrare quanto sia difficile investire quando costi, procedure e tempi non sono leggibili.
Dalla somma delle attività a un ecosistema
Le proposte si concentrano sulla costruzione di reti d’impresa, sulla presenza di figure capaci di coordinare i quartieri e sull’uso della cultura come motore economico continuativo. L’evento isolato o il bando occasionale non bastano. Servono relazioni stabili fra imprese, amministrazioni, competenze e territorio.
La domanda finale dell’intervista riguarda quindi la forma che Roma vuole assumere: un “buco nero” che assorbe energie senza restituire direzione, oppure un sistema capace di tenere insieme centro e provincia. Non è un confronto astratto sull’immagine della città. È una discussione su chi produce valore, sulle condizioni in cui lo fa e su quanto di quel valore riesca a restare a Roma.
L’intervista è uno dei contenuti multimediali collegati al volume Roma Capitale d’Imprese – La città che osa imprendere, ideato da Mauro Antonini e curato editorialmente da Fukyo Media.

