Fukyo Original · Valerio Savaiano

La paura del futuro mentre facciamo finta che vada tutto bene

Guerra, instabilità e sfiducia alimentano una paura diffusa che la comunicazione pubblica prova spesso a neutralizzare con rassicurazioni sempre meno credibili.

C’è una domanda che raramente entra nel discorso pubblico senza essere immediatamente addomesticata: quanto abbiamo paura del futuro? Non la preoccupazione ordinaria per il lavoro o per una scadenza, ma la sensazione che il quadro generale sia diventato instabile e che le persone incaricate di governarlo sappiano meno di quanto dichiarano.

Il video di Valerio Savaiano nasce da questa inquietudine. Intorno scorrono guerra, tensioni internazionali, trasformazioni tecnologiche, impoverimento e istituzioni che rispondono con un repertorio sempre più corto. Ci viene chiesto di restare tranquilli, continuare a consumare, adattarci e aspettare il prossimo ciclo elettorale. Il risultato non è serenità: è una paura privata, isolata, difficile perfino da nominare.

La rassicurazione ha perso efficacia

Negli ultimi anni la comunicazione politica e mediatica ha utilizzato spesso la rassicurazione come tecnica di gestione. Ogni crisi viene presentata come temporanea, ogni sacrificio come inevitabile, ogni nuova emergenza come il prezzo da pagare per tornare presto alla normalità. Quando le emergenze diventano permanenti, la promessa smette di funzionare.

Le persone colgono la distanza tra ciò che viene detto e ciò che percepiscono nella vita quotidiana. Lavoro più fragile, servizi meno accessibili, costo della vita, conflitti raccontati come partite senza conseguenze reali. La fiducia non scompare in un giorno; si consuma, frase dopo frase, fino a lasciare spazio al sospetto o alla rassegnazione.

Paura e latitanza

Il termine “latitanza”, richiamato nella descrizione del video, fotografa l’assenza di una guida riconoscibile. I decisori parlano molto e sembrano assumersi poco la responsabilità delle traiettorie di lungo periodo. La politica si concentra sull’episodio della settimana, i media inseguono l’accelerazione successiva e il pubblico rimane solo davanti a domande enormi: quale società stiamo costruendo, quanto spazio avremo per scegliere, quali conflitti stiamo accettando senza discuterli?

Ammettere di avere paura non significa cedere al catastrofismo. Può essere il primo passo per rimettere in discussione una normalità costruita sulla rimozione. La paura diventa pericolosa quando resta senza parole, perché allora può essere orientata contro il bersaglio più utile del momento.

Ritrovare una conversazione adulta

Una società adulta non promette che andrà tutto bene. Spiega quali rischi esistono, quali alternative sono disponibili e quanto costano. Accetta che il pubblico possa dissentire e non trasforma ogni dubbio in una patologia o in una minaccia.

La domanda del video resta volutamente aperta: vi state spaventando anche voi? Dietro il tono ironico c’è un invito a interrompere la recita. Il futuro non diventa meno difficile fingendo di non vederlo. Diventa almeno discutibile quando la paura torna a essere un fatto collettivo, anziché una vergogna individuale.

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