Selezionato · Andrea Passador – Prolisso

Perché oggi «fa tutto più schifo»? Streaming e attenzione nella tesi di Andrea Passador

Andrea Passador lega l’impoverimento percepito di musica e cinema al modo in cui streaming e piattaforme frammentano l’attenzione. Un contenuto selezionato da Fukyo.

Andrea Passador – Prolisso nel video Perché oggi fa tutto più SCHIFO?

Contenuto selezionato da Fukyo. Nel video Perché oggi fa tutto più SCHIFO?, Andrea Passador — creator del progetto Prolisso — parte da una provocazione per affrontare un tema molto concreto: il modo in cui le piattaforme hanno cambiato il tempo, il valore e l’attenzione che riserviamo a musica e cinema.

Pubblicato il 14 agosto 2026, il video mette a confronto classifiche lontane nel tempo e propone una spiegazione strutturale dell’impoverimento percepito dell’offerta culturale. La tesi di Passador è netta: quando cambiano i mezzi di fruizione, cambiano anche gli incentivi dell’industria e, di conseguenza, la forma delle opere che riescono a emergere.

Le classifiche come punto di partenza

Il racconto si apre con due confronti. Nella musica, gli album più venduti in Italia nel 1970 portavano ai primi posti Mina, Beatles e Led Zeppelin; nel 2025 dominano artisti contemporanei cresciuti dentro un mercato in cui streaming, singoli e ascolti frammentati pesano molto più dell’album come opera completa. Per il cinema, Passador affianca i titoli del 1960 — tra Fellini, Billy Wilder, Monicelli e Hitchcock — ai maggiori incassi del 2025, segnati anche da sequel, remake e commedie leggere.

Il confronto è volutamente tagliente. Non pretende di descrivere tutta la produzione di due epoche, ma interroga ciò che il pubblico porta ai vertici del mercato. Perché opere costruite per durare sembrano lasciare spazio a prodotti pensati per conquistare attenzione immediata?

Quando l’acquisto chiedeva attenzione

Passador individua una fase storica in cui interesse economico e ambizione artistica riuscivano a coincidere. Un disco costava molto da produrre e rappresentava una spesa significativa per chi lo acquistava. Proprio per questo doveva sostenere l’ascolto dall’inizio alla fine: non bastava un singolo efficace circondato da materiale trascurabile.

Il supporto fisico imponeva inoltre un comportamento. Si sceglieva un album, lo si portava a casa e gli si dedicava tempo, spesso seguendo i testi e osservando la copertina. Anche il cinema offriva un’esperienza difficilmente sostituibile: il biglietto dava accesso a un’opera che poteva essere vista soltanto in sala. In quella configurazione, finanziare qualità e originalità poteva coincidere con la necessità di riempire cinema e vendere dischi.

Dalla scarsità all’accesso illimitato

L’arrivo degli MP3 e poi dello streaming ha democratizzato l’accesso. Intere discografie sono diventate disponibili con un gesto, a un costo minimo rispetto all’epoca del supporto fisico. È un vantaggio enorme, ma porta con sé un effetto meno visibile: se ogni brano può essere sostituito in un secondo, conquistare l’ascoltatore nei primi istanti diventa più importante che accompagnarlo lungo un’opera completa.

Nel video vengono richiamati dati sul numero di brani saltati quasi subito e sull’accorciamento delle introduzioni nelle hit. Il loro significato, nella tesi di Passador, riguarda soprattutto gli incentivi: investire mesi nella costruzione di un album organico diventa più difficile da giustificare quando una parte consistente del pubblico ascolta singoli, frammenti o playlist senza arrivare alla fine.

L’industria risponde in modo razionale al comportamento che le piattaforme premiano. Ritornelli anticipati, durata contenuta e riconoscibilità immediata non dipendono soltanto da un presunto calo del gusto; sono soluzioni adatte a un ambiente in cui ogni secondo compete con milioni di alternative.

Il cinema progettato per il secondo schermo

La stessa dinamica si trasferisce allo schermo. I cataloghi sterminati aumentano la libertà di scelta, ma moltiplicano anche il tempo trascorso a cercare qualcosa da vedere. Una volta iniziato il film, il telefono resta spesso in mano. Passador richiama il cosiddetto second screen: storie costruite per poter essere seguite anche da chi distoglie lo sguardo, con dialoghi che rendono esplicite azioni già visibili.

Una sceneggiatura pensata per lo spettatore distratto deve essere comprensibile prima ancora che memorabile. In questo quadro, sequel, universi già noti e remake riducono il rischio: il pubblico riconosce immediatamente personaggi e premesse, mentre il marketing può lavorare su un immaginario già disponibile.

Una provocazione utile, non un verdetto definitivo

Il confronto tra passato e presente richiede una cautela. Del 1970 ricordiamo soprattutto ciò che ha superato la selezione del tempo, mentre molta produzione mediocre è scomparsa dalla memoria. Le classifiche misurano il successo commerciale, non l’intera qualità artistica di un’epoca. Anche oggi esistono opere ambiziose e autori capaci di usare le piattaforme senza ridurre il proprio lavoro a una formula.

Resta però solida la domanda che attraversa il video: quanto la tecnologia modifica ciò che siamo disposti ad ascoltare e guardare? Un mezzo non si limita a distribuire un’opera. Ne condiziona durata, ritmo, struttura, possibilità economiche e perfino il tipo di attenzione che il pubblico considera normale.

Passador chiude proponendo un test semplice: ricordare l’ultimo album ascoltato dalla prima all’ultima traccia e l’ultimo film visto senza controllare il telefono. La risposta non stabilisce se il passato fosse migliore. Dice qualcosa sul presente e sulle condizioni in cui chiediamo all’arte di raggiungerci.

Segui il creator. Per altri video dedicati a filosofia, storia, letteratura e società, segui Andrea Passador — Prolisso su YouTube.