Roma è davvero bloccata oppure è anche il modo in cui viene raccontata a renderla immobile? Nell’intervista condotta da Massimiliano Cacciotti per Roma Capitale d’Imprese, Valerio Savaiano parte da una tesi precisa: la narrazione di una città produce conseguenze economiche. Non descrive soltanto la realtà, ma orienta aspettative, investimenti, turismo, reputazione e perfino il modo in cui chi vive quel territorio interpreta le proprie possibilità.
Il confronto con Milano serve a rendere visibile la differenza. Milano ha costruito un racconto coerente di efficienza, lavoro, contemporaneità e apertura internazionale, anche quando la realtà quotidiana contraddice quella rappresentazione. Roma ha spesso fatto il contrario: ogni problema diventa prova di una decadenza definitiva, mentre ciò che funziona viene trattato come eccezione o resta fuori scena.
La città raccontata come fatica
La narrazione dominante associa Roma alla difficoltà: traffico, burocrazia, degrado, immobilismo. Sono problemi reali, ma la loro ripetizione produce una gabbia interpretativa. Se la città appare soltanto come un luogo in cui nulla può cambiare, chi prova a innovare parte già in posizione difensiva e chi osserva da fuori riceve un’immagine incapace di restituire la complessità del sistema produttivo.
Questo meccanismo riguarda anche il rapporto fra centro e periferie. I vincoli possono proteggere il patrimonio e, nello stesso tempo, impedire trasformazioni ragionevoli. La soluzione non consiste nel cancellarli, ma nel renderli compatibili con una città viva. Il rischio, altrimenti, è trasformare Roma in un museo che conserva le proprie immagini e perde le funzioni economiche che le rendono abitate.
Turismo e cultura senza industria
Il turismo mordi-e-fuggi è uno degli effetti di una narrazione povera. Il visitatore riconosce pochi luoghi obbligati, li attraversa rapidamente e lascia una quota limitata di valore sul territorio. La stessa cultura viene spesso raccontata come patrimonio da tutelare o spesa da finanziare, molto meno come industria capace di generare lavoro, competenze, proprietà intellettuale e distribuzione.
Il “governo del racconto” non equivale a una campagna pubblicitaria istituzionale. Richiede una regia che colleghi media, imprese, creator, quartieri e provincia. Significa scegliere quali storie rendere visibili, costruire continuità e permettere ai soggetti produttivi di riconoscersi in una rappresentazione comune.
Nuovi media e nuove professioni
Una delle proposte affrontate nell’intervista è la costruzione di un aggregatore mediatico dedicato a Roma e alla sua provincia. Non un semplice elenco di notizie, ma un’infrastruttura editoriale capace di raccogliere progetti, persone, economie e contenuti oggi dispersi fra piattaforme diverse. Il modello dei creator e dei brand media mostra che una comunità può essere costruita attorno a un racconto continuativo, senza dipendere esclusivamente dai media tradizionali.
Per farlo servono anche competenze. Formare professionisti della comunicazione contemporanea significa lavorare su video, audio, distribuzione, intelligenza artificiale, community e capacità editoriale. Roma possiede una storia enorme nel cinema, nella televisione e nella cultura; il passaggio decisivo è trasformare questa eredità in una nuova capacità produttiva.
La questione, alla fine, è politica nel senso più concreto: chi governa il racconto decide che cosa una città considera possibile. Tornare a descrivere Roma come luogo capace di produrre innovazione e civiltà non significa nasconderne i problemi. Significa impedire che i problemi siano l’unica storia disponibile.
L’intervista è uno dei contenuti multimediali collegati al volume Roma Capitale d’Imprese – La città che osa imprendere, ideato da Mauro Antonini e curato editorialmente da Fukyo Media.

