OpenAI e Anthropic hanno chiesto all’Australia di riconsiderare i limiti all’uso di opere protette per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Lo hanno fatto nelle memorie presentate a una commissione parlamentare e descritte da Reuters il 22 settembre 2026. Il governo australiano aveva già escluso una vasta eccezione al diritto d’autore per l’estrazione di testi e dati. Le società propongono ora strade che, nelle loro parole, consentirebbero l’addestramento senza una liberalizzazione generale. La decisione non è stata presa.
Conviene distinguere la politica annunciata dalla disciplina attuale. In un comunicato dell’ottobre 2025, la ministra della Giustizia Michelle Rowland ha detto che il governo non prenderà in esame un’eccezione generale per il text and data mining. Nello stesso testo ha indicato fra le opzioni da discutere un sistema di licenze collettive a pagamento, licenze volontarie e modi meno costosi per far valere i diritti. La scelta di escludere l’eccezione generale non risolve quindi ogni domanda su chi autorizzi l’uso di un’opera e a quali condizioni.
Le richieste non sono identiche
Secondo Reuters, Anthropic riconosce nelle sue osservazioni che ampie eccezioni al copyright non hanno ottenuto sostegno e sono state escluse dall’esecutivo. Propone però una forma ristretta di approvazione condizionata per l’addestramento. La società si dice disponibile a considerare condizioni, tra cui investimenti o misure a favore di creatori e attività culturali australiane. Queste sono proposte dell’azienda: l’esistenza di una condizione economica non significa, di per sé, che i singoli titolari dei diritti abbiano dato il consenso o siano stati remunerati.
OpenAI chiede un assetto che permetta ai modelli di apprendere da informazioni disponibili pubblicamente e preveda possibilità di collaborazione per i titolari dei diritti. Disponibile pubblicamente, però, non vuol dire privo di copyright. Un articolo leggibile sul web può avere condizioni d’uso, licenze e proprietari definiti. È proprio il rapporto fra accesso tecnico e autorizzazione giuridica a richiedere una risposta normativa, non una semplice descrizione di come i dati vengono raccolti.
Reuters riferisce che entrambe le imprese collegano la discussione a investimenti infrastrutturali australiani. Quel collegamento fa parte del loro argomento pubblico a favore di regole più permissive. Non prova che una particolare modifica al copyright sia necessaria per costruire i centri dati annunciati, né che un investimento compenserà chi ha scritto, fotografato o prodotto le opere usate per il training.
Il nodo per editori e creatori
Per una testata il punto da verificare è se un’eventuale approvazione condizionata identifichi quali contenuti possono entrare nei dataset, chi controlla l’elenco, come si esercita un rifiuto e come vengono ripartiti i pagamenti. Un permesso per categoria di utilizzi e una licenza su un catalogo specifico comportano obblighi diversi. La memoria di una società tecnologica può suggerire una soluzione, ma soltanto un testo normativo e le relative condizioni operative permetteranno di valutarne la tutela effettiva.
Anche la posizione del governo lascia aperta la scelta fra licenze volontarie e un possibile sistema collettivo retribuito. Nel comunicato del 2025 sono ipotesi oggetto di consultazione, non un meccanismo già attivo. Perciò un editore australiano non può considerare acquisito un nuovo diritto al compenso soltanto perché l’esecutivo ha escluso l’eccezione gratuita.
La commissione parlamentare deve esaminare le osservazioni e riferire nel mese di novembre, secondo la ricostruzione di Reuters. Prima di allora la differenza concreta fra le proposte resta documentale: Anthropic parla di approvazione ristretta e condizioni; OpenAI insiste sull’apprendimento da informazioni pubblicamente accessibili. La scelta su permessi, controlli e pagamenti spetta alle istituzioni australiane, dopo il confronto con chi possiede i diritti.
